Event: Documenta 14 in Kassel

Ibrahim Mahama al Torwache di Kassel

Il Torwache è sicuramente tra le più interessanti venues di Kassel visitate durante questa edizione di documenta 14. Il complesso si costituisce di due strutture poste ai lati della Wilhelmshöher Allee, concepite per incorniciare la vista offerta dalla strada perfettamente rettilinea che collega lo Schloss Wilhelmshöhe e il circostante Bergpark con il centro della città. Solo una delle due strutture ospita lavori al suo interno – tra cui il lavoro di Annie Vigier & Franck Apertet (les gens d’Uterpan) Library (2017- ) Procedure of the New Principle of Research and Creation (2017- ) – mentre entrambe sono interamente coperte dall’installazione di Ibrahim Mahama Check Point Sekondi Loco. 1901-2030. 2016-2017 (2016-17).

Ibrahim Mahama (Tamale, 1987) fa della copertura di strutture architettoniche – quali musei, teatri, complessi residenziali, palazzi governativi, stazioni ferroviarie e simili – il fondamento della sua pratica artistica. Se si considera che la forma e l’architettura di uno spazio ne riflettono la politica, le idee e le intenzioni su cui questo si fonda, allora l’atto del ricoprirlo rappresenta una forte presa di posizione nei confronti dello spazio in questione, che viene spogliato dal suo significato originale. Fasciando le costruzioni Mahama ne sovverte l’intenzionalità politica, crea nuove forme e dunque investe questi spazi di significati altri.
Il Torwache è ciò che resta del piano di costruzione di nuovi palazzi – interrotto dalle guerre Napoleoniche – dell’architetto Heinrich Christoph Jussow. La struttura, e la vista che offre sul castello reale, era inoltre molto ammirata dai ranghi alti dell’esercito tedesco nazista, tanto da essere presa come modello per il progetto urbanistico cosiddetto Gauhauptstadt di Kassel. Acquista dunque una valenza fortemente simbolica la scelta di Mahama di ricoprire con la sua installazione proprio il Torwache.

Le operazioni di Mahama sottendono una densa stratificazione di significati e contenuti. Materiale privilegiato dall’artista per ricoprire gli spazi in questione è la iuta: dopo aver raccolto sacchi di iuta già utilizzati e a brandelli, li cuce insieme con l’aiuto di alcuni collaboratori (prevalentemente migranti che si muovono dalle campagne del Ghana verso le città) e con questi effettua i suoi rivestimenti. In questo modo l’artista crea situazioni di convivialità collettiva, instaura nuove relazioni tra e con i collaboratori coinvolti. I sacchi utilizzati sono testimonianze dirette delle manifestazioni dell’economia capitalista in tutto il mondo: vengono prodotti in Asia e poi riempiti in Ghana con cacao, cereali, fagioli da esportare in America e in Europa. Oltre a indagare le dinamiche del mercato globale, i sacchi si fanno portatori di storie individuali, mantenendo le tracce di chi li ha maneggiati quali sudore, date, nomi.

Ma Mahama non sceglie come suo materiale artistico i sacchi di iuta unicamente per le implicazioni sociopolitiche ed economiche che questi dichiarano: la iuta ha infatti una lunga tradizione nell’Africa Occidentale dove è utilizzata storicamente per decorare abiti tipici e arredare le abitazioni.

Riflessioni sul luogo, tracce di storie individuali si mescolano con indagini sociopolitiche di respiro globale in questo lavoro che, man mano che viene osservato, continua a svelare nuove chiavi di lettura (e costituisce davvero una delle poche eccezioni in questa edizione di documenta piena di opere fin troppo tautologiche e mostre confusionarie e fini a sé stesse).

grazie
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Event: documenta 14

Gurbet's Diary

L’opera di Benu Cennetoglu, Gurbet’s Diary (27.07.1995-08.10.1997) (2016-2017), installata nel giardino della Gennadius Library, quasi si confonde con lo spazio circostante. Le pietre litografiche, bianche come i marmi esterni del palazzo, sono disposte su degli scaffali che richiamano le librerie all’interno della biblioteca.

Il lavoro di Cennetoglu racconta la storia di Gurbetelli Ersöz (1965-1997), prima donna a diventare caporedattrice di un giornale politicamente schierato a favore dei Curdi. A causa della sua professione viene arrestata e torturata e, una volta tornata in libertà, decide di combattere al fianco dei guerriglieri curdi e di documentare quest’esperienza sul suo diario. Il diario viene pubblicato in Turchia solo nel 2014, ma non potrà circolare liberamente per molto: oggi rientra nella lunga lista di libri vietati dal governo.

Le lastre litografiche che compongono l’opera contengono le pagine del diario scritto da Ersöz, tradotte in greco e pronte per la stampa. L’operazione di Cennetoglu rende le parole scritte su quel diario immortali e non vuole solamente agire retroattivamente per recuperare la memoria di Gurbetelli Ersöz, ma anche denunciare il controllo ideologico e morale che oggi il governo Turco sta esercitando contro intellettuali e giornalisti.

Il giardino della Gennadius Library, riservato, silenzioso, quasi nascosto, appare come luogo ideale per accogliere quest’opera tanto politica quanto poetica. Uno spazio in cui il visitatore può concedersi qualche minuto di raccoglimento, di riflessione, all’interno di questa edizione ateniese di Documenta 14, per molti aspetti confusionaria e difficilmente fruibile. 

grazie
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