Event: Documenta 14 in Kassel

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Due opzioni, mentire spudoratamente e dire di sì, oppure farsi coraggio e ammettere che tranne qualche perla, che francamente si sarebbe potuta trovare in qualsiasi altra mostra, il panorama proposto è stato totalmente desolante. Ad un certo punto si teme di non avere le giuste competenze per trovare le connessioni tra le scelte fatte, né di aver capito cosa si volesse dire, ci si mette in dubbio. Eppure in realtà non è chiaro cosa bisognasse imparare (o non imparare a detta di Adam Szymczyk) da Atene e il come farlo è stato affrontato in maniera superficiale e raffazzonata.

I macrotemi affrontati in quest’edizione divisa abbracciano istanze politiche, sociali, economiche, di memorie condivise in fase di oblio, in un voler stringere tutto senza snocciolare in profondità le questioni tutt’oggi di urgente importanza. Un calderone in cui opere di dubbio gusto coabitano con altre certamente più considerevoli. Così inevitabilmente gli esclusi messi sconsideratamente a confronto con il predominante panorama contemporaneo restano tali.

Nonostante Szymczyk, quasi un curatore fantoccio si sia servito di un corposo team di 20 esperti del settore, l’approccio curatoriale si è rivelato quasi del tutto assente o sbagliato, ma più che questo sono stati i linguaggi proposti a sancire l’abisso tra gli artisti marginalizzati e gli istituzionalizzati.

Un buonismo non selettivo che ha accontentato tutti, dallo sconosciuto pittore di Kassel allo storico Greco, passando per molte nazioni del mondo, ha creato danni a tutta la struttura istituzionale di Documenta, manifestazione tendenzialmente rivolta ad un occhieggiare dell’arte verso nuove prospettive e discorsi.

E se la corsa al futuro, al sempre nuovo non è ciò in cui bisogna rifugiarsi, neanche un eccessivo stanziarsi nel passato offre una posizione di svolta critica rispetto le logiche correnti. Così The Parthenon of Books (1983/2017) di Maria Minujìn diventa forma tautologica per sottolineare come i potenti vedano i vinti, un archivio da cui estrapolare i grandi valori, la conoscenza del passato e non esempio di resistenza quotidiana.

Ciò che non si è visto è l’intrecciarsi degli orizzonti delle opere, l’interazione tra culture che si unissero in una polifonia che sfondasse il documentale. La mal riuscita generale invece è ciò che resta negli occhi.

Tra i tanti discorsi che fortunatamente hanno vivificato la manifestazione molti spostano l’attenzione sull’atmosfera diversa e briosa di Atene. Le voci sono diventate così, il fertile sottotono delle arti visuali. A tal proposito una felice iniziativa è quella del programma radiofonico di Documenta 14 Every Time a Ear di Soun, in cui 9 stazioni radio disseminate nel mondo hanno dato forma ad una mostra sonora on air che procederà di pari passo con quella fisica. L’esperienza visuale qui viene abbandonata in favore dell’oralità, dell’aprirsi di nuovi orizzonti immaginativi come ad esempio l’istallazione audio diffusa Whispering Campaign (2016–17) di Pope L. le cui parole diventano puramente udibili, coraggiose nella loro essenza testimoniale.

Questo è uno degli aspetti da non sottovalutare di Documenta 14, aver creato una narrazione aerea che come un fluido vitale andrà ad irrorare i discorsi futuri, in una rivincita dell’oralità sul segno.

Forse siamo al nocciolo. L’arte qui esposta è stanca dello schema in cui viene costretta, questo è un suggerimento che bisogna cogliere prima che si scada sempre di più nella rigida e fredda estrema concettualizzazione che la divora.

grazie
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