Event: La Biennale di Venezia 57. Esposizione Internazionale d'Arte

Padiglioni nazionali - Progetti e poesia, grandi assenti

Premetto che ho avuto solo 2 giorni per visitare Giardini ed Arsenale, mi sono mancati tutti i padiglioni esterni dislocati per Venezia, ma vedendo questi (che non sono pochi) mi sono stupita dell'assenza di progetti e di prese di posizioni rispetto alla politica nei lavori degli artisti invitati. In particolare nei padiglioni nazionali, dove dovrebbe essere più semplice far emergere il progetto del singolo artista, ho notato lavori che rimandano più al tono di una mostra da galleria, piuttosto che ad una biennale d'arte.

E' vero che negli ultimi anni si è sempre piu' assottigliato il confine tra Biennale e fiera d'arte, basti pensare ai profili professionali di viene chiamato a dirigere le fiere o dirigere musei, non tanto e solo in Italia. Ma la Biennale di Venezia voleva nella direzione Macel ritornare ad essere più "museale", istituzionale, cosa che a mio avviso non è riuscita soprattutto perchè è mancata una visione semplice e chiara, la Macel ha cercato di abbracciare troppi temi.

Ma qui vorrei sottolineare soprattutto la scelta di molti padiglioni nazionali di proporre "pezzi" più che progetti, e dove i progetti emergevano (padiglione Russia, Svizzera, Grecia, Irlanda, Spagna, Italia) è mancato un equilibrio tra mettere troppo o troppo poco. La Germania è stata premiata anche per questo, nella capacità di saper togliere, di saper dare una visione univoca, proprio sull'assenza di certezze.

Ci sono dei padiglioni più incisivi di altri: il padiglione Israele sopra a tutti, Austria per la semplicità e leggerezza del noto lavoro di Wurm, interessante la scenografia coreografica del padiglione Irlanda, con la luce che mostrava la via narrativa allo spettatore, il video finale del padglione Grecia, con una cinica Charlotte Rampling, il linguaggio paradossale e poetico del paglione spagnolo, la freschezza del padiglione Corea.

Ma in generale, si esce con la sensazione che ci sia una relazione inversamente proporzionale tra l'estetismo di questa Biennale e la crescente ondata di instabilità politica degli ultimi due anni. Basti solo pensare a qualche avvenimento: elezione di Trump, attentato all'aeroporto Istanbul, tentativo di colpo di stato e repressione degli intellettuali in Turchia, Brexit nel Regno Unito, i vari attentati terroristici a Nizza e Parigi, solo per citare qualcuno degli episodi di polica internazionale. E non abbiamo citato il dramma della diaspora quotidiana di profughi dalla Siria e dall'Africa, e la lenta sparizione della popolazione siriana. Ma nonostante la preoccupazione salga per gli equilibri di pace mondiali, quasi niente si è riflettuto nel lavoro degli artisti e in quello dei curatori che hanno lavorato in questa ultima edizione. Troppo presto per averne un'idea chiara, prematuro? Può essere. O può anche essere che i prescelti (artisti e commissari curatoriali) siano il riflesso di una condizione in cui si trova il mondo dell'arte. Diciamo che paradossalmente il premio al padiglione tedesco sottolinea la reale crisi ideologica della cultura visiva e rappresenta uno stato di reazionaria inerzia in cui si trova la cultura occidentale. 

Per fortuna, i padiglioni nazionali hanno evitato visioni didascaliche o interpretazioni forzate (anche se non del tutto), ma è mancata in generale la poesia di chi affronta il reale con profondità e incisività, e non parliamo di allestimenti, ma di progettualità. Chiudiamo citando Borges, che considerava l'unica vera scrittura quella che si allontanava dal reale, ma parlando delle tensioni che lo pervadevano, la ricerca del realismo magico che si trova in Dante, Cervantes, o Calvino, quello che prende una posizione politica anche se non parla di attualità. "Tutto è sogno, anche l'incubo del reale, come diceva Joyce, sto cercando di svegliarmi da un incubo che si chiama Storia."

grazie
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