Event: La Biennale di Venezia 57. Esposizione Internazionale d'Arte

Esiste una formula della felicità?

Uno degli spazi del Padiglione della Corea – quest’anno a cura di LEE Daehyung – accoglie al suo interno Proper Time, ad opera di Lee Wan.


All’ingresso, sopra la porticina che immette nella sala, una formula matematica scritta a mano traccia le coordinate preliminari del progetto portato avanti dall’artista, che ha visto coinvolte, attraverso un’open call, 1200 persone da ogni parte del mondo.

Una volta entrati nella stanzina ci si trova di fronte a 668 orologi appesi alle pareti. Un colpo d’occhio allucinante. Ogni orologio contiene: nome, anno di nascita, occupazione e paese di origine dei partecipanti. Quello che colpisce maggiormente l’attenzione di tutti è il fatto che le velocità delle lancette con cui si muovono i meccanismi sono differenti l’una dall’altra. Questo perché, proprio in virtù della formula matematica all’ingresso, l’artista ha calcolato che la rapidità di ogni asticella si basasse su quante energie e quanto tempo una persona dovesse spendere per guadagnarsi un pasto. In sostanza quindi, gli orologi più lenti implicano che l’intervistato sia riuscito a procurarsi da mangiare spendendo poco tempo e poche energie, quelli più veloci, l’esatto opposto. A coronamento del lavoro Wan ha voluto porre una domanda ai suoi interlocutori: “Qual è il pasto che ricordi meglio – sia positivamente che negativamente?”, dal soffitto degli speaker riportano le risposte delle persone coinvolte.


Lee Wan, con la sua pratica artistica, criticando la necessità di uniformarsi insita nella società moderna, esprime un forte dissenso nei confronti di un’epoca - come quella in cui viviamo - nella quale le persone sono offuscate dalle convenzioni e dall’omologazione.


La stessa sfiducia nella contemporaneità risulta tangibile nella seconda opera che l’artista presenta, Though the Dreams Revolve with the Moon, al centro della sala. La scultura riprende lo stesso schema compositivo di For Better Tomorrow (2015) – un olio su tela installato su una struttura di legno. Recuperando le immagini di propaganda politica che circolavano durante la dittatura (che la Corea ha subito tra il 1961 e il 1979), Wan in For Better Tomorrow mostra il ritratto di una famiglia felice, una madre e un padre sorridenti stringono il figlioletto, il braccio di lei sollevato a indicare un punto lontano, indistinto. Per questa Biennale, l’artista si è a lungo interrogato su quanto la promessa di una felicità, da guadagnarsi attraverso il sacrificio e il lavoro, così sentita tra gli anni Sessanta e Settanta del secolo scorso potesse effettivamente dirsi attuata nell’oggi. Riscontrare che poco o nulla sia cambiato da allora, oltre a lasciare dell’amaro in bocca, ha portato Wan alla decisione di togliere il volto alle tre figure di Though the Dreams Revolve with the Moon.


Forse dovremmo riflettere…


Lee Wan propone un nuovo approccio al ruolo sociale che l’arte gioca nel mondo contemporaneo e invita, con le sue opere, a sensibilizzare il nostro sguardo sui problemi strutturali del sistema democratico liberale in Asia, auspicando un’analisi più profonda degli aspetti politici ed economico-sociali che riguardano non solo l’Oriente ma che coinvolgono tutto il mondo.


La domanda resta comunque aperta: siamo sicuri che esaurendoci dietro alla frenesia del nostro presente riusciremo un giorno a toccare il cielo con un dito?


Cosa ci dobbiamo aspettare? A noi l’ardua sentenza.

grazie
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Event: Partecipazioni nazionali

Il primo amore non si scorda (quasi) mai.

Una nota a piè di pagina scritta a mano da Alberto Giacometti, il racconto di James Lord nella biografia dell’artista e un nome di donna: Flora Mayo. Questa la miccia che ha acceso la curiosità di Teresa Hubbard e Alexander Birchler, coppia di video-artisti, ingaggiati da Philipp Kaiser – curatore del Padiglione della Svizzera 2017 – per apportare il loro contributo a Women of Venice.

Alla Biennale di quest’anno il duo artistico svizzero-americano ha presentato il risultato di una ricerca capillare tra archivi, biblioteche e moduli di censimento per riabilitare una figura dimenticata, quale è stata Flora Mayo, primo amore di Giacometti.

"Non possiamo veramente sapere chi era Flora Mayo e probabilmente non lo sapremo mai. Rimangono troppe poche testimonianze a riguardo." – ha affermato Birchler in una recente intervista.

Il risultato delle scoperte fatte si condensa in "Flora", una doppia installazione filmica sincronizzata della durata di mezz’ora. Il video è proiettato su due maxi schermi, uno dietro all’altro, collegati mediante una colonna sonora comune.

Intrecciando materiale fittizio e documentario, Hubbard e Birchler ricostruiscono e ri-immaginano la vita e il lavoro di Flora Mayo, dando voce al figlio di lei, David, finora sconosciuto. Da un lato dello schermo siamo nella Parigi anni venti, dall’altro ci troviamo nel presente. A narrare la storia, alternativamente, Flora e il figlio. Ed è proprio attraverso questo escamotage che veniamo a conoscenza di tutta la vicenda.

La famiglia Mayo era benestante e aveva un grande magazzino a Denver, in Colorado. A diciannove anni Flora è costretta a un matrimonio infelice da cui nasce una bambina, Giovanna. Dopo cinque anni, Mayo chiede il divorzio e, lasciatasi alle spalle la figlia, si trasferisce a Parigi per diventare un’artista.

È il 1925 quando Flora incontra Giacometti – “Jack” - per la prima volta presso l'Académie de la Grande Chaumière, nella classe dallo scultore Antoine Bourdelle. Da qui ha inizio una relazione intensa, alimentata dall’energia creativa generata dall’attività artistica dei due.

Giacometti, nel filmato, non è mai ripreso in volto, a connotarlo un busto a cui Flora lavora incessantemente e delle riprese fuori campo focalizzate sulle mani intente a fumare sigarette.

Non tutte le storie hanno un lieto fine: per circostanze poco chiare, Giacometti lascia Flora; la ragazza è costretta a fare ritorno negli States a causa della crisi economica mondiale, che colpisce la famiglia Mayo facendogli perdere ogni ricchezza. In un’America in declino, la giovane donna è costretta a fare i conti con la povertà: lavora al tornio in una fabbrica d’armi per guadagnarsi da vivere.

Flora non è solo un film sulla storia d’amore tra Mayo e Giacometti ma è anche una conversazione tra un figlio e la madre scomparsa.

Nel corso delle ricerche, infatti, Hubbard e Birchler scoprono che Mayo, poco dopo il suo ritorno negli Stati Uniti ha avuto un secondo figlio, David - oggi ottantenne, residente a Los Angeles.

Le conversazioni che gli artisti hanno intrattenuto con lui, hanno giocato un ruolo importante per la riuscita di Flora; la madre aveva sempre nascosto al figlio quanto le fosse costato rinunciare alla carriera d’artista. David, dal canto suo, ricorda quanto le piacesse visitare mostre, ignorando i suoi trascorsi di scultrice prima dell’incontro con Hubbard e Birchler, poichè Mayo aveva totalmente cessato ogni aspirazione quando aveva lasciato Parigi. Senza contare che, al suo ritorno negli Stati Uniti, la madre era così povera da non potersi occupare del figlio, lasciato a una famiglia affidataria, alla quale la donna faceva visita solo la domenica pomeriggio.

La parte di documentario finisce con David davanti al busto della madre – unica opera realizzata da Giacometti, riconosciuta come Flora - a una personale dell’artista, mentre afferma commosso “It’s my mum… My mother!”,  dall’altra parte dello schermo, nella fiction, l’atmosfera in bianco e nero lascia spazio alla policromia di occhi e labbra della stessa opera.

"Flora" parla di una donna che avrebbe meritato molti più riconoscimenti come artista. Il lavoro di Hubbard e Birchler sancisce il protagonismo di questa figura. Flora Mayo per troppo tempo inosservata, coperta dall’ombra della vicenda artistico-esistenziale del suo amante, riesce finalmente a far sentire la sua voce e viene portata alla ribalta proprio nel luogo (il Padiglione svizzero) in cui Giacometti non aveva mai voluto apparire. 

grazie
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