dal 02/12/2017 al 22/04/2018

infoMartedì-venerdì, 9.30|12.30 - 14.30|18.30 Sabato e domenica, 11.00|19.00 € 7,00 intero; € 5,00 ridotto per studenti fino ai 26 anni, over 65, tesserati FAI – Fondo Ambiente Italiano e residenti in Gallarate; Gratuito per i minori di 14 anni

Kerouac - Beat Painting

Attraverso 80 opere, tra dipinti e disegni, la rassegna presenta un lato finora poco esplorato e inedito in Italia del padre della Beat Generation.

Il percorso espositivo si arricchisce di fotografie di Robert Frank ed Ettore Sottsass, materiale documentario storico e un progetto di Peter Greenaway, oltre a un’intervista ad Arnaldo Pomodoro pubblicata in catalogo, che rievoca la sua esperienza alla Stanford University, in California, del 1966.

Dipingo solo belle cose. Uso vernici da pareti e colla, uso il pennello e le

punte delle dita. In pochi anni potrei diventare un pittore di primo piano. Se lo

voglio. E quando potrò vendere i mie dipinti potrò comperarmi un pianoforte e

comporre musica. Perché la vita è una noia

Jack Kerouac, October 10, 1956, Mexico City

Dal 3 dicembre 2017 al 22 aprile 2018, il MAGA di Gallarate ospita una grande mostra dedicata all’attività pittorica e grafica di Jack Kerouac, una delle icone letterarie del XX secolo.

La rassegna, curata da Sandrina Bandera, Alessandro Castiglioni ed Emma Zanella, è organizzata dal MAGA con il Comune di Gallarate, con il sostegno di Ricola, Heritage Art Foundation e Fondazione Cariplo e in collaborazione con il Rivellino LDV, Locarno (CH).

L’esposizione, dal titolo Kerouac. Beat Painting, presenta 80 tra dipinti e disegni, in gran parte esposti per la prima volta in Italia, capaci di proiettare una luce del tutto inedita sull’attività artistica del padre della Beat Generation. In particolare, verrà analizzato il suo labirintico processo creativo e le sue relazioni con la tradizione della cultura visiva americana, con gli altri autori del movimento Beat, da Allen Ginsberg a William Borroughs e i maestri della pittura informale e della Scuola di New York che Kerouac iniziò a frequentare dalla seconda metà degli anni cinquanta del secolo scorso.

La forza di queste opere risiede soprattutto nell’identità totale che Kerouac seppe condensare tra vita, produzione letteraria e ogni altra espressione creativa come la musica, il canto, la poesia, il cinema.

Sarà un’occasione unica per ammirare le opere di Kerouac, finora esposte in solo alcuni selezionati musei come il Whitney Museum of American Art di New York, il Centre Pompidou di Parigi e lo ZKM di Karlsruhe e rimaste per decenni a Lowell (Massachusetts), città natale dello scrittore, all’interno del lascito testamentario gestito dal cognato, John Sampas, e in seguito ceduto ad una serie di collezionisti privati facenti capo al Rivellino LDV, Locarno (CH).

Il percorso si articolerà in differenti nuclei in grado di sviluppare riflessioni che intrecciano la vita e la poetica di Kerouac, dai ritratti di personaggi famosi quali Joan Crawford, Truman Capote, Dody Muller o il Cardinal Montini ai riferimenti alla cultura beat, da Robert Frank a William S. Burroughs.

La mostra approfondirà inoltre le relazioni tra Kerouac e l’Italia, attraverso una selezione di fotografie scattate da Robert Frank e da Ettore Sottsass alla moglie Fernanda Pivano, ad Allen Ginsberg e allo stesso Kerouac e sarà arricchita da un progetto inedito di Peter Greenaway dedicato proprio a Kerouac.

Una speciale sezione video amplierà gli orizzonti culturali dell’evento, con la proiezione dell’intervista di Fernanda Pivano a Jack Kerouac, per gentile concessione di Rai Teche e di Pull My Daisy (1964), il cortometraggio (30 min.) sceneggiato da Kerouac, diretto da Robert Frank e Alfred Leslie, e recitato da alcuni protagonisti della Beat Generation, quali Allen Ginsberg e Gregory Corso.

Considerato uno dei fondatori della Beat Generation, Jack Kerouac rappresentò il movimento letterario e artistico che a partire dalla fine degli anni quaranta sconvolse e scandalizzò i valori della società degli Stati Uniti e dell’Europa, dove le sue opere furono diffuse e tradotte quasi immediatamente. Davanti alla borghesia che aveva saputo creare i solidi presupposti del rinnovamento post bellico, egli prefigurò la liberazione culturale e sessuale e un nuovo modello di vita che avrebbe portato, globalmente, la gioventù alla rivoluzione degli anni sessanta.

Rigettando gli ideali tecnologici del dopoguerra i Beat e il gruppo di Kerouac, Ginsberg, Owen, Ferlinghetti difesero una nuova etica, quasi tribale, di carattere spontaneista, che poi sarebbe sfociata nel movimento Hippie, nell’opposizione alla guerra del Vietnam e nella ‘tre giorni di pace e musica rock’ di Woodstock.

Oltre alla dimensione espositiva, assume uno specifico rilievo anche una pubblicazione scientifica edita da Skira, che rilegge in modo complessivo l'opera pittorica di Kerouac.

Apre il libro un saggio di Sandrina Bandera dedicato alle fonti e alle relazioni con la storia dell'arte europea nel percorso di formazione dell'artista. La seconda parte del catalogo è dedicata all'importanza della dimensione del sacro, dalla tradizione cattolica alla cultura buddista, nell'opera di Kerouac, principalmente attraverso il contributo critico di Stefania Benini.

Seguono alcuni saggi dedicati a diversi aspetti della cultura Beat: Franco Buffoni affronta la storia e i rapporti con la cultura italiana e la contemporaneità, Virginia Hill approfondisce i nessi con la moda anni sessanta ed Enrico Camporesi parla di cinema e suono.

La quarta sezione, introdotta da Francesco Tedeschi, si occupa più specificatamente delle relazioni tra Kerouac e la cultura artistica a New York tra la fine degli anni cinquanta e l'inizio dei sessanta: dall'espressionismo astratto al jazz.

Completa la pubblicazione, una testimonianza di Arnaldo Pomodoro sulla Beat Generation raccolta da Ada Masoero e una biografia ragionata di Jack Kerouac messa in parallelo ai grandi eventi storici e culturali che coinvolsero e sconvolsero gli Stati Uniti e l’Europa di Stefania Benini, della Saint Joseph's University, Philadelphia.

Catalogo: Skira

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Eva Frapiccini

Dancing in the Memory Palace

Dal 2 dicembre 2017 al 22 aprile 2018, il Museo MAGA di Gallarate ospita la mostra Dancing in the Memory Palace che propone un focus sul lavoro recente di Eva Frapiccini.

L’esposizione presenta l’installazione LAMINE (FOILS) #01 e LAMINE (FOILS) #02 e la serie Velluto (Velvet).

La ricerca di Eva Frapiccini pone particolare attenzione al tema della narrazione e del ricordo; la sua pratica artistica infatti riflette sulla complessità dei processi della memoria, sia quando riguardano la sfera del ricordo privato, sia quando hanno a che fare con la storia collettiva.

Lamine #01 e Lamine #02 sono delle strutture-dispositivo create per riflettere sul potere delle immagini e sulle possibilità della post produzione narrativa, affidata sia all’intervento selettivo dell’artista sia all’attivazione del racconto da parte dello spettatore.

Le immagini sono tratte da suoi ricordi di viaggio, fotografie fatte in luoghi geografici molto diversi, a cui l’artista fa perdere ogni connotazione geografica per costruire una nuova sintassi poetica.

Allo stesso modo, lo spettatore è libero di creare ogni volta una narrazione differente, muovendo i frame secondo una ritmica visiva personale e stabilendo così un’azione fisica di relazione tra sé e l’opera.

Scrive Cristina Baldacci, nel saggio critico “Il gioco delle antitesi” (testo di presentazione della personale di Eva Frapiccini alla Galleria Alberto Peola, 2015), “la sua è una ricerca sulla fotografia come archivio di informazioni e tramite di memoria, più che una ricostruzione o riattivazione dell’archivio in sé. Come appunti di viaggio, le immagini scattate in giro per il mondo sono impressioni di situazioni e luoghi, suggestioni momentanee fissate senza un proposito progettuale. Appartengono infatti all’archivio privato dell’artista ed è la prima volta che lei attinge a questo deposito fotografico della memoria per i suoi lavori. Soltanto dopo essere state sottoposte a un accurato spoglio, riadattamento, scelta delle dimensioni e del supporto per la nuova stampa, assumono un preciso valore artistico, perdendo progressivamente la loro funzione documentale. In esse la storia si sbiadisce o si stratifica.”

Lamine #02 viene esposta per la prima volta al MAGA e raccoglie una serie di immagini realizzate tra il Belgio, l'Italia e l'Inghilterra sullo stato di precarietà come condizione umana, ma anche come riflessione sul momento storico in cui vive l’Europa. Le fotografie selezionate mostrano oggetti legati al caso degli eventi, in bilico tra attimi di inaspettata bellezza e possibile disastro.

Nella serie di immagini di Velluto, che dialoga in stretto rapporto con Lamine #01 e Lamine #02, Eva Frapiccini sceglie alcuni dettagli, selezionando da fotografie di luoghi solo quelle porzioni di colore che possano rimandare sia a un ricordo personale, sia a particolari momenti affettivi e stati d’animo collettivi, potenziandone la dimensione estetica. I particolari, così ingranditi e isolati dal contesto, allentano qualsiasi connessione diretta tra segno e significato, tendendo alla dimensione luminosa del monocromo.

Eva Frapiccini vive e lavora in Inghilterra e in Italia. Nella sua pratica artistica diversi linguaggi vengono utilizzati liberamente: video, suono e installazioni, proiezioni, fotografia, fictions narrative, progetti partecipativi e performance.

I suoi progetti hanno ricevuto diversi riconoscimenti tra cui il premio di residenza Resò – Fondazione Crt (2012), il premio Special Italia della Fondazione Fotografia di Modena (2010), il premio Descubrimientos di PhotoEspana (2006). Recentemente ha vinto la prima edizione del Bando Italian Council, indetto dal Ministero dei Beni Culturali per realizzare un progetto inedito su Palermo, e presentarlo durante Palermo Capitale della Cultura 2018 e nel periodo in cui il capoluogo siciliano accoglierà le mostre di Manifesta 2018. Ha ricevuto nomine per il Talent Prize Edizioni Talarico (2015), il Premio Moroso (2013) e il Paul Huf Award – Foam Magazine (2009).

Mostre precedenti personali sono state ospitate presso BOZAR, Palais de Beaux Arts (2016), Yorkshire Sculpture Park (2016), Maraya Art Centre (2016), Galleria Alberto Peola (2015, 2011), kim? Contemporary Art Centre (2013), Townhouse Gallery (2012), Arkitekturmuseet (2011). Mostre collettive si sono svolte in vari musei in Italia e all'estero tra cui la Triennale di Milano (2016), Castello di Rivoli Museo d'Arte Contemporanea (2014, 2012), Fondazione Sandretto Re Rebaudengo (2014), FACT Museum (2013), MAMbo Galleria d'Arte Moderna di Bologna (2013, 2009), Nederlands Fotomuseum (2013), la Biennale di Architettura di Venezia. Padiglione Italia (2010), Palazzo Ducale di Genova (2009), Maison de la Photographie (2006), Bratislava Hrad Museum (2006), Museum Martin Gropius Bau (2006), Casino Luxembourg (2006).

Le sue opere sono presenti in numerose collezioni permanenti, tra cui il Castello di Rivoli Museo d’Arte Contemporanea, la Fondazione Sandretto Re Rebaudengo, GAM Galleria D'Arte Moderna di Torino, i Musei Civici di Monza, la Fondazione Fotografia di Modena, la Fondazione UniCredit & Art, oltre che in collezioni private.

Immagine: Eva Frapiccini, Lamine

Ufficio stampa CLP Relazioni Pubbliche, Anna Defrancesco Tel. +39 02 36755700 anna.defrancesco@clponline.it

Inaugurazione: sabato 2 dicembre ore 18.30