dal 11/05/2017 al 24/11/2017

infoDal martedì alla domenica dalle 10 alle 18

Sulla scena artistica newyorkese di Manhattan della fine degli anni Settanta e l’inizio degli anni Ottanta, il giovane artista taiwanese Tehching Hsieh ha creato una serie di opere eccezionali. Lavorando fuori dagli spazi e dai sistemi economici approvati dal mondo dell’arte, Hsieh ha realizzato cinque distinte performance della durata di un anno ciascuna. Per ognuna di esse, si era imposto una regola ferrea atta a disciplinare il comportamento da tenere per tutto l’anno. Queste performance erano senza precedenti in quanto a difficoltà fisica, dovuta a tempi di esecuzione di durata estrema, e per la concezione assoluta di vita e arte intese come processi simultanei.

Con Doing Time si mettono in mostra per la prima volta due delle sue One Year Performances, esponendo in allestimenti dettagliati molti dei documenti e manufatti accumulati dall’artista. In One Year Performance 1980-1981, Hsieh ha sottoposto se stesso alla disciplina da capogiro del timbrare il cartellino – come un operaio – allo scoccare dell’ora, ogni ora, per un anno intero. Nella performance dell’anno 1981-1982, ‘Outdoor Piece’, l’artista ha vissuto privazioni sostenute ben oltre: è rimasto all’aperto per un intero anno senza mai cercare riparo. Per ogni performance ha utilizzato metodi di documentazione diffe- renti, chiedendosi cosa significasse archiviare una vita. Nell’insieme, queste due performance monumentali propongono un discorso intenso ed emotivo sull’esistenza umana, sulla sua relazione con i sistemi di potere, il tempo e la natura. L’aspetto di fuggiasco di Hsieh –visibile per tutta la durata – esprime sia le miserabili condizioni di vita che l’ingegnosità di chi si arrangia per sopravvivere. Nel corso delle One Year Performances Hsieh è stato un immigrato clandestino.

Questa mostra porta anche i visitatori indietro nel tempo, presentando due brevi performance e una serie di fotografie di Hsieh, mai esposte in precedenza: si tratta di tre lavori realizzati a Taipei nel 1973, ovvero prima che l’artista emigrasse negli Stati Uniti. Per realizzare la serie Road Repair, Hsieh ha vagato per le strade di Taipei con la sua macchina fotografica, in cerca di casi per cui il semplice compito del riparare buche avesse portato a sorprendenti composizioni astratte, fatte di catrame versato. In Exposure – una delle prime performance di Hsieh, ricostruita e filmata ad hoc per la mostra Doing Time – l’artista, concentrando il proprio interesse sulla documentazione in serie, ha esposto agli elementi naturali fogli di carta fotografica e ne ha filmato il mutamento graduale. Infine, nella performance Jump – l’ultima realizzata prima di lasciare Taiwan – l’artista ha registrato il salto fatto dal secondo piano di un edificio e la dolorosa conclusione della sua caduta. Questi lavori giovanili rimandano al nascente interesse di Hsieh per temi successivamente trattati con tempi di durata epica: ambiente e tempo, sopravvivenza e esistenza, immagini e documenti come fragili richiami di un’ineffabile forza vitale. Accompagna la mostra un breve film documentario opera del fotografo Hugo Glendinning e del curatore Adrian Heathfield, intitolato Outside Again e girato in loco a Taipei e New York. Nel film Hsieh, all’età di sessantacinque anni, torna sui luoghi originari delle performance degli anni Settanta e Ottanta per fare una riflessione critica sulla risonanza di queste opere.

Persona di azioni ponderate e di poche parole, Hsieh illustra così la filosofia sottesa alla propria creazione artistica: “La vita

è un ergastolo. La vita è tempo che passa. La vita è libero pensiero.” Heathfield fa risalire il significato dell’opera di Hsieh alla sua condizione di emarginato nel mondo dell’arte e ai suoi anni come immigrato clandestino a New York. Il suo lavoro richiama costantemente le caratteristiche dell’esperienza di migrante: soggezione, precarietà e lotta per la sopravvivenza. Heathfield spiega che “Le performance parlano della vita di coloro che possiedono molto poco e vivono ai margini della società.” E, circa l’infaticabile resistenza a condizioni fisiche estreme, aggiunge: “Ognuna di queste performance riguarda forme di esistenza nuda e cruda, per le quali la resilienza è opposta alle avversità e che contemplano le possibilità di una vita da fug- giasco”. Heathfield mette anche l’accento sul fatto che nella mostra Doing Time “vengano affrontate con vigore questioni contemporanee”. Sostiene infatti che “Hsieh è stato incredibilmente lungimirante nell’aver compreso che le tecnologie del capitalismo avrebbero catturato, sfruttato e accelerato la vita stessa, trasformando l’esperienza sensoriale in merce.” Un semplice paradosso ricorre in tutte le One Year Performances dell’artista, cioè il fatto che siano ‘anti-produttive’: Hsieh lavora con impegno eccessivo per produrre molto poco, per documentare lo spreco del tempo.

All’inizio e alla fine del periodo espositivo, pensatori autorevoli nei campi delle arti visive, della performance, dell’antropologia e dell’architettura commenteranno la mostra insieme con l’artista Tehching Hsieh e il curatore Adrian Heathfield, discutendo anche della relazione esistente tra le opere di Hsieh e tematiche di resistenza, tempo, lavoro fisico e spreco. Un opusco- lo con nuovi testi critici su Hsieh correda l’esposizione.


Inaugurazione: 11 maggio 2017 dalle ore 18