dal 09/05/2017 al 26/11/2017

infoOrario: 10.00 - 18.00 Orario: 10.00 – 20.00 sede Arsenale – venerdì e sabato fino al 30 settembre Chiuso il lunedì (escluso lunedì 15 maggio, 14 agosto, 4 settembre, 30 ottobre e 20 novembre Intero Regular € 25 (valido per un solo ingresso per ciascuna sede utilizzabile anche in giorni non consecutivi) Ridotto € 22 (convenzionati) Ridotto € 20 (over 65, militari, residenti Comune di Venezia) Ridotto Studenti e/o Under 26 € 15 Gratuito fino a 6 anni (inclusi)

Sarà aperta al pubblico da sabato 13 maggio a domenica 26 novembre 2017, ai Giardini e all’Arsenale, la 57. Esposizione Internazionale d’Arte dal titolo VIVA ARTE VIVA, curata da Christine Macel e organizzata dalla Biennale di Venezia presieduta da Paolo Baratta. La vernice avrà luogo nei giorni 10, 11 e 12 maggio, la cerimonia di premiazione e di inaugurazione si svolgerà sabato 13 maggio 2017.

La Mostra sarà affiancata da 87 Partecipazioni Nazionali negli storici Padiglioni ai Giardini, all’Arsenale e nel centro storico di Venezia. Sono 4 i paesi presenti per la prima volta: Antigua e Barbuda, Kiribati, Nigeria, Kazakistan (prima volta da solo).

Il Padiglione Italia alle Tese delle Vergini in Arsenale, sostenuto e promosso dal Ministero dei Beni e delle Attività Culturali e del Turismo, Direzione Generale Arte e Architettura Contemporanee e Periferie Urbane, sarà curato quest’anno da Cecilia Alemani.

Anche per questa edizione si prevedono selezionati Eventi Collaterali, proposti da enti e istituzioni internazionali, che allestiranno le loro mostre e le loro iniziative a Venezia in concomitanza con la 57. Esposizione.

La Mostra Internazionale VIVA ARTE VIVA

La Mostra offre un percorso espositivo che si sviluppa intorno a nove capitoli o famiglie di artisti, con due primi universi nel Padiglione Centrale ai Giardini e sette altri universi che si snodano dall'Arsenale fino al Giardino delle Vergini. 120 sono gli artisti partecipanti, provenienti da 51 Paesi; di questi 103 sono presenti per la prima volta nella Mostra Internazionale del curatore.

«La Biennale si deve qualificare come luogo che ha come metodo, e quasi come ragion d'essere, il libero dialogo tra gli artisti e tra questi e il pubblico.»

Con queste parole il Presidente della Biennale Paolo Baratta presenta la Biennale Arte 2017, spiegando che «con la presente edizione si introduce un ulteriore sviluppo; è come se quello che deve sempre essere il metodo principale del nostro lavoro, l'incontro e il dialogo, diventasse il tema stesso della Mostra. Perché questa Biennale è proprio dedicata a celebrare, e quasi a render grazie, all'esistenza stessa dell'arte e degli artisti, che ci offrono con i loro mondi una dilatazione della nostra prospettiva e dello spazio della nostra esistenza.»

«Una Mostra ispirata all'umanesimo, dice Christine Macel. Un umanesimo non focalizzato su un ideale artistico da inseguire, né tanto meno caratterizzato dalla celebrazione dell'uomo come essere capace di dominare su quanto lo circonda; semmai un umanesimo che celebra la capacità dell'uomo, attraverso l'arte, di non essere dominato dalle forze che governano quanto accade nel mondo, forze che se lasciate sole possono grandemente condizionare in senso riduttivo la dimensione umana.»

«È un umanesimo nel quale l'atto artistico è a un tempo atto di resistenza, di liberazione e di generosità.»«Un aspetto rilevante della 57. Mostra – dichiara il Presidente - è il fatto che da solo basterebbe a qualificarla al di là di ogni tema o narrazione: dei 120 artisti invitati, ben 103 non hanno mai partecipato prima alla Mostra del nostro curatore. Alcune sono scoperte, molte altre, almeno per la presente edizione, sono riscoperte. È questo un modo concreto di esprimere, con il coraggio delle scelte, la propria fiducia nel mondo dell'arte.»

«Con questa Biennale poi, l'incontro diretto con l'artista assume un ruolo strategico, tanto da costituire uno dei pilastri della Mostra, con un programma che per dimensione e per impegno è senza precedenti. Attorno alla Mostra principale della curatrice, 87 padiglioni dei paesi partecipanti daranno vita ancora una volta a quel pluralismo di voci che è tipico della Biennale di Venezia.»

Christine Macel da parte sua ha dichiarato: «L'arte di oggi, di fronte ai conflitti e ai sussulti del mondo, testimonia la parte più preziosa dell'umanità, in un momento in cui l'umanesimo è messo in pericolo. Essa è il luogo per eccellenza della riflessione, dell'espressione individuale e della libertà, così come degli interrogativi fondamentali. L'arte è l'ultimo baluardo, un giardino da coltivare al di là delle mode e degli interessi specifici e rappresenta anche un'alternativa all'individualismo e all'indifferenza.»

«Più che mai, il ruolo, la voce e la responsabilità dell'artista appaiono dunque cruciali nell’insieme dei dibattiti contemporanei. È grazie alle individualità che si disegna il mondo di domani, un mondo dai contorni incerti, di cui gli artisti meglio degli altri intuiscono la direzione.»

«VIVA ARTE VIVA è così un'esclamazione, un'espressione della passione per l'arte e per la figura dell'artista. VIVA ARTE VIVA è una Biennale con gli artisti, degli artisti e per gli artisti.»

I nove Trans-padiglioni

Ognuno dei nove capitoli o famiglie di artisti della Mostra “costituisce di per sé un Padiglione o un Trans-padiglione, in senso transnazionale, che riprende la storica suddivisione della Biennale in padiglioni, il cui numero non ha mai cessato di crescere dalla fine degli anni ‘90.»

«Dal "Padiglione degli artisti e dei libri" al "Padiglione del tempo e dell’infinito", questi nove episodi propongono un racconto, spesso discorsivo e talvolta paradossale, con delle deviazioni che riflettono la complessità del mondo, la molteplicità delle posizioni e la varietà delle pratiche. La Mostra si propone così come una esperienza che disegna un movimento di estroversione, dall’io verso l'altro, verso lo spazio comune e le dimensioni meno definibili, aprendo così alla possibilità di un neoumanesimo.»

«VIVA ARTE VIVA vuole al contempo infondere una energia positiva e prospettica, rivolta ai giovani artisti e che al contempo dedica una nuova attenzione agli artisti troppo presto scomparsi o ancora misconosciuti al grande pubblico, malgrado l'importanza della loro opera.»

«Partendo dal "Padiglione degli artisti e dei libri", la Mostra pone come premessa una dialettica che attiene alla società contemporanea, al di là dell'artista stesso, e che interroga tanto l'organizzazione della società quanto i suoi valori.»

«L'arte e gli artisti vengono quindi collocati al centro della Mostra che inizia da un’indagine sulle loro pratiche e il modo di fare arte, tra ozio e azione, tra otium e negotium.»

Una serie di eventi paralleli animeranno la manifestazione, seguendo «lo stesso postulato, quello di mettere gli artisti al centro della mostra. Il catalogo è quindi dedicato esclusivamente agli artisti, invitati a presentare documenti visivi e testuali incentrati sulle loro pratiche e sul loro stesso universo.»

Tavola Aperta

«Al fine di lasciare agli artisti il posto principale, VIVA ARTE VIVA darà loro anche la parola. Tutti i venerdì e sabato di ogni settimana, durante i sei mesi di Esposizione, un artista terrà una Tavola Aperta, incontrando il pubblico durante un pranzo da condividere, al fine di accennare al proprio lavoro e dialogare. Due sono i luoghi dedicati a questi eventi, la parte antistante del Padiglione Centrale dei Giardini e delle Sale d'Armi dell'Arsenale, mentre la trasmissione in streaming sul sito della Biennale consentirà a chiunque di seguirne lo svolgimento.»

Progetto Pratiche d'Artista

«Nei due luoghi, uno spazio è parimenti dedicato al Progetto Pratiche d'Artista, che raccoglie un insieme di brevi video realizzati dagli artisti stessi, per far scoprire il loro universo e il loro modo di lavorare.» A partire dal 7 febbraio e fino all’apertura della Mostra, ogni giorno sarà messo on-line un video sul sito della Biennale, permettendo così di conoscere gli artisti invitati.

«Questi due progetti – spiega Macel - sono aperti a tutti gli artisti della Biennale Arte. Ogni Padiglione nazionale sarà altresì invitato a partecipare alla Tavola Aperta, il mercoledì e il giovedì, ma anche ad arricchire il database dei video sugli artisti.»

La Mia Biblioteca

«Infine, il progetto La Mia Biblioteca, ispirato al saggio di Walter Benjamin pubblicato nel 1931, permette agli artisti di VIVA ARTE VIVA di riunire in una lista le loro letture preferite, offrendo agli stessi una fonte di reciproca conoscenza e d’ispirazione per il pubblico. Il progetto è visibile nella Mostra del Padiglione Centrale, così come nel catalogo. Il Padiglione Stirling nei Giardini ospita la biblioteca costituita dagli artisti e messa a disposizione del pubblico.»

Progetti Speciali e Performance

«Parallelamente alla Mostra del Padiglione Centrale e dell'Arsenale, diversi Progetti Speciali e Performance sono commissionati specialmente per i Giardini, il Giardino delle Vergini e altri luoghi. Un programma di una ventina di performance si svolgerà nei giorni dell’inaugurazione. Esse sono disponibili in streaming sul sito della Biennale, e poi visibili nella Mostra, in una sala multimediale dell'Arsenale espressamente creata.»

LE COLLABORAZIONI

È confermata per il secondo anno consecutivo la collaborazione con il Victoria and Albert Museum di Londra per il Padiglione delle Arti Applicate, sito alle Sale d’Armi dell’Arsenale, che sarà a cura di Jorge Pardo, artista e scultore cubano il cui lavoro fonde arte e design.

Si rinnova l’accordo con il Teatro La Fenice per il Progetto Speciale dedicato quest’anno all’opera Cefalo e Procri, con musica di Ernst Krenek e libretto di Rinaldo Küfferle. Rappresentata in prima assoluta alla Biennale Musica del 1934 al Teatro Goldoni, andrà in scena al Teatro Malibran di Venezia dal 29 settembre al 7 ottobre 2017. Il progetto è affidato all’artista francese Philippe Parreno, suggerito dalla curatrice della Biennale Arte 2017 Christine Macel. L’iniziativa prosegue così la collaborazione tra Biennale e Fenice iniziata nel 2013 con Madama Butterfly, le cui scene e costumi furono affidati all’artista giapponese Mariko Mori e la regia di Àlex Rigola, già direttore artistico della Biennale Teatro, e poi nel 2015 con il nuovo allestimento di Norma, affidato per regia, scene e costumi all’artista americana Kara Walker.

BIENNALE SESSIONS, il progetto per le Università

Si rinnova per l’ottavo anno consecutivo, e dopo il successo delle edizioni precedenti, il progetto Biennale Sessions che La Biennale dedica alle istituzioni operanti nella ricerca e nella formazione nel campo dell’architettura, delle arti e nei campi affini, Università e Accademie. L'obiettivo è quello di offrire una facilitazione a visite di tre giorni da loro organizzate per gruppi di almeno 50tra studenti e docenti, con vitto a prezzo di favore, la possibilità di organizzare seminari in luoghi di mostra offerti gratuitamente, assistenza all'organizzazione del viaggio e soggiorno.

EDUCATIONAL

Anche per il 2017 è prevista l’attività Educational che si rivolge a singoli e gruppi di studenti delle scuole di ogni ordine e grado, delle università e delle accademie d'arte, professionisti, aziende, esperti, appassionati e famiglie. Le iniziative mirano a un coinvolgimento attivo dei partecipanti e si suddividono in Percorsi Guidati e Attività di Laboratorio.

L'OFFERTA EDITORIALE

Il catalogo ufficiale, dal titolo VIVA ARTE VIVA, è composto di due volumi. Il Volume I è dedicato all’Esposizione Internazionale, ed è a cura di Christine Macel. Il Volume II è dedicato alle Partecipazioni Nazionali, ai Progetti Speciali e agli Eventi Collaterali. La Guida della Mostra è studiata editorialmente per accompagnare il visitatore lungo il percorso espositivo. Il progetto grafico dell’immagine coordinata della Biennale Arte 2017 e il layout dei volumi sono a firma dello Studio deValence, Parigi. La Redazione e l’Edizione dei 3 volumi sono a cura della Biennale di Venezia.

LA BIENNALE DI VENEZIA 2017: i Festival e Biennale College

Nel tempo di durata della Mostra sono previste le manifestazioni correlate agli altri settori della Biennale: in giugno l’11. Festival Internazionale di Danza Contemporanea (diretto da Marie Chouinard), in luglio e agosto il 45. Festival Internazionale del Teatro (diretto da Antonio Latella), a fine agosto - primi di settembre la 74. Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica (diretta da Alberto Barbera), in ottobre il 61. Festival Internazionale di Musica Contemporanea (diretto dal compositore Ivan Fedele), nonché le attività di Biennale College previste in tutti questi settori. Molte di queste iniziative si svolgeranno all'Arsenale, all'interno degli spazi stessi dell’Esposizione Internazionale d'Arte.

La 57. Esposizione Internazionale d’Arte è realizzata anche con il sostegno di Swatch, partner della manifestazione.

Sono sponsor Artemide, JTI (Japan Tobacco International), Vela-Venezia Unica, illycaffè e COIMA.

Ringraziamenti a Cleary Gottlieb Steen & Hamilton LLP.

Si ringrazia il Ministero dei Beni e delle Attività Culturali e del Turismo, le Istituzioni del territorio che in vario modo sostengono La Biennale, la Città di Venezia, la Regione del Veneto.

Un ringraziamento va ai Donors, importanti nella realizzazione della 57. Esposizione. In particolare i nostri ringraziamenti vanno a Christine Macel e a tutto il suo team. Grazie, infine, a tutte le grandi professionalità della Biennale applicate con grande dedizione alla realizzazione e alla gestione della Mostra.

Sito web ufficiale della Biennale Arte 2017: www.labiennale.org

Hashtag ufficiale: #BiennaleArte2017

Facebook: La Biennale di Venezia | Twitter: @la_Biennale | Instagram: labiennale

Ufficio Stampa

Ca’ Giustinian San Marco 1364/A 30124 Venezia Tel. +39 041 5218 - 846/849 - Fax 041 5218812 infoartivisive@labiennale.org

Capo Ufficio Stampa

Maria Cristiana Costanzo Ufficio Stampa Arti Visive La Biennale di Venezia artestampa@labiennale.org

La vernice avrà luogo nei giorni 10, 11 e 12 maggio, la cerimonia di premiazione e di inaugurazione si svolgerà sabato 13 maggio 2017.

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2017-07-10
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Macel balla a occhi chiusi

Che il lettore mi scusi per l’ennesima sfilza di parole lamentose e polemizzanti. Avrei voluto non doverle scrivere; avrei voluto che il motto “Viva Arte Viva”, subito da tutti deriso per la sua sciocca levità, fosse davvero un invito a ricordarsi che con l’arte l’uomo si cura dal nichilismo, che con l’arte l’uomo ritrova, in mezzo al cumulo di macerie, il minuscolo granello di polvere che contiene l’infinito. Avrei voluto che dietro l’apparente leggerezza da manifesto pubblicitario di un elettrodomestico anni ‘60, “Viva Arte Viva” contenesse una promessa di assoluta serietà, una serietà che salva.

L’intuizione originaria di Macel sembrava ottima, sembrava arrivare al momento giusto: era ora che si ponesse con attenzione lo sguardo a quelle operazioni artistiche che chiamano alla partecipazione, all’azione e alla relazione, fuori dalla brandizzazione bourriaudiana. Eppure in questi due anni di studio visit e letture, il mantra “Viva arte viva arte viva arte viva…” dev’essere risuonato nella testa della curatrice tanto da stordirla, facendole dimenticare la prorompente forza che probabilmente all’origine aveva: si è smagrito dei suoi muscoli, fino a che di lui non restasse altro che una pelle di pacificatorio divertimento; arte come evasione, fiera del superfluo. Così, la scialba curatela veicola spesso l’idea che basti chiedere allo spettatore di fare un’azione affinché l’opera possa essere detta partecipata.

Quando l’arte si volge alla relazione in modo così esplicito, fino a essere costretta a fare di questo elemento la sua forma, è perché l’asticella del contatore è finita sulla parte rossa del quadrante, le sirene stanno suonando e le luci di emergenza sono accese. Quando l’arte diventa l’ultimo terreno possibile in cui l’individuo può farsi muovere dal desiderio, dall’interesse verso quell’entità misteriosa che è ogni altro da sé, e riconoscere così nell’incontro il suo proprio essere vettore, vuol dire che si è arrivati al punto in cui altrove è solo possibile trovare muri burocratici, calcoli cinici, e strette strategie volte a poco più che la sopravvivenza quotidiana. L’uomo a un certo punto ha creduto necessario materializzare la paura, un tempo riconosciuta come prima regale abitante del sé, seducente, densa e nera; si è creduto necessario contornarla di confini, per poterla eliminare mediante soluzioni tecniche.

Io credo all’arte pubblica, credo alla legittimità dell’incontro tra arte e sociale, quando questo comporta che l’opera sia prima di tutto un luogo dove la paura ritrovi la sua giusta collocazione, manifesti la sua impalpabilità. Credo poi in un’arte relazionale che non nasconde la gravità, l’urgenza e la drammaticità della situazione che ha portato alla sua nascita e condanno un’arte negligente. L’arte relazionale non è un cerotto, tantomeno un palliativo, una droga o un sollazzo. L’arte pubblica è un’operazione chirurgica, dove alla bellezza e alla pulizia di una sutura ben fatta, si accompagnano ore di dolore, litri di sangue perso e una cicatrice indelebile. A essa devono seguire mesi di riabilitazione, cambi di rotta, diete responsabili ed esercizio fisico. Non credo a un’arte che conforta, né a una curatela che pensa di poter liquidare il complesso argomento di un’arte globalizzata, semplicemente includendo acriticamente nell’esposizione un buon numero di artisti provenienti da paesi fino a oggi esclusi da un paritario confronto con i Paesi economicamente più forti.

Non credo più alla metafora della tessitura, del nodo e della pratica del cucito – gesto artigianale da riscoprire – come base su cui intessere nuove (nuove?) forme di partecipazione. Non quando le diverse declinazioni di questa pratica, alcune anche interessanti all’origine (per esempio nel lavoro di Leonor Antunes, Teresa Lanceta, Abdoulaye Konaté, o della splendida Maria Lai, che grazie all’importante spazio concessole sfugge all’effetto depotenziante cui altri artisti soccombono), vengono tutte appiattite a quello che sembra solo un discorso di stile. Questi lavori sono presentati senza alcun dato che faccia comprendere la specificità di ciascun progetto e l’urgenza del suo ricorso, nei diversi contesti in cui sono nati. Nella mia mente finiscono per ingarbugliarsi tutti, fino a comporre l’immagine dei giganteschi gomitoli colorati che coprono la parete interamente destinata a Sheila Hicks, nel Padiglone dei Colori.

Non credo all’allestimento pensato per Ernesto Neto. Non capisco il senso di inscenare una posticcia ambientazione amazzonica, all’interno di un antico cantiere navale di Venezia, cuore dell’attività di una ricca Repubblica, che oggi si reinventa in centro altrettanto foriero di ricchezza e fervore culturale ed economico: il rito sciamanico si riduce a capriccio new-age, e lo stesso vale per le tante altre riproposizioni di cerimonie tradizionali di cui Venezia sarà teatro nei prossimi mesi (Jelili Atiku, Naufus Ramírez-Figueroa…).

Non credo a un’arte dove partecipazione vuol dire strumentalizzazione dell’immagine del giovane migrante, esposto allo sguardo dei visitatori e reso oggetto, al pari delle lampade che è lì a produrre, in quello che l’artista Olafur Eliasson chiama ipocritamente laboratorio.

Mi rifiuto di credere a un’arte che mi dice che dionisiaco è donna. Per quanto riconosco difficile non incappare in scomodi e involuti misunderstanding sullo sdrucciolevole terreno delle politiche di genere, il presupposto concettuale da cui Macel parte per la costruzione di questo padiglione è inequivocabile. Salgo sul carro dei festeggiamenti per una sessualità liberata, soprattutto quando a esso si riconosce una posizione di guida nella parata di liberazione dal nichilismo imperante. Apprezzo Huguette Caland che negli anni ’60 ridà un corpo alle donne libanesi attraverso una linea tracciata sulle stoffe delle vesti che normalmente lo celano; trovo intelligentemente ambivalente la lingerie solidificata e fattasi quadro da parete di Heidi Bucher; scopro il valore delle sonorità vocali nei processi di definizione/transmutazione dell’identità con Kader Attia. Ma se alcuni degli artisti che compongono il padiglione portano una visione lucida e aggiornata di come le dinamiche di potere e desiderio sono imbrigliate con la critica di genere, come non accorgersi della tanto sterile associazione sotto cui Macel ha voluto circoscriverle? Perché legare la rivendicazione entusiastica della sessualità unicamente all’immagine della donna? Perché attribuire unicamente all’identità femminile il gioco della seduzione? Perché la sessualità seducente non può essere uomo? L’estasi essere padre? L’ammiccamento malizioso e spregiudicato essere bambino? Il godimento essere anziano?

Diffido di una Biennale che dedica un’intera parete agli scarabocchi carini e colorati di Edi Rama, artista e Primo Ministro dell’Albania, e che non sembra essere toccata dalla notizia che nel gennaio 2017, Rama ha messo in atto nel suo paese una spaventosa operazione all’insegna del monopolio dell’informazione, non rinnovando il contratto a tutti i giornalisti dell’emittente dell’opposizione. Non credo a un’arte disattenta. Non credo a una curatrice che guarda solo all’opera, senza valutare le implicazioni di natura politica ed economica legate alla sua produzione o al suo autore. Questo, per di più, smentisce il presupposto stesso alla radice dell’arte relazionale, pubblica o sociale che Macel tanto tiene a rilanciare nella sua Biennale. Arte relazionale non si identifica con la simulazione in opera dell’incontro tra individui; la questione è ben più interessante: in essa l’incontro è una delle unità elementari impiegate nella creazione di un dispositivo, volto alla creazione di un sistema complesso, le cui fluorescenze rizomatiche spingono ed espandono i confini del contesto arte, fino a che esso inglobi una sempre più grande parte del mondo fuori.

Naturalmente alcune punte felici – forse dovrei dire amaramente felici, perché spoglie dell’incanto di cui Macel è prigioniera – ci sono. Koki Tanaka porta sullo schermo il peso simbolico del gesto che l’ha visto protagonista: in un’azione di quattro giorni, copre a piedi il tratto che distanzia la sua abitazione dalla più vicina centrale nucleare, così da investire sul proprio corpo l’estensione dell’onda che la radiazione nucleare potrebbe avere in caso di scoppio. Allo stesso tempo però, Tanaka problematizza il valore ideale di un gesto performativo e attraverso la ripresa video, mostra il concreto svolgimento del suo viaggio, calato in una realtà che non è fatta di idee e concetti; un esempio di ciò è il momento in cui il video rivela che l’artista è sia stato costretto a prendere l’auto per certi tratti. Tanaka in questo senso aiuta la curatrice a dare spessore alla modalità di racconto, altrimenti acritica, da lei impiegata.

Ayrson Heráclito mostra come si possa ricorrere alla memoria tradizionale sciamanica in modo pungente e attuale: la videoinstallazione a doppio canale mostra dei performer che eseguono il rituale purificatorio dello scuotimento su due edifici storici, molto distanti tra loro, La Casa da Torre di Garcia d’Avila, a Bahia, in Portogallo e la Casa degli Schiavi, nell’isola senegalese di Gorée. I due luoghi, avvicinati dal gesto dell’artista, vanno a comporre la contradditoria storia coloniale e schiavista che lega Brasile e Portogallo.

Altro lavoro interessante è quello dell’artista vietnamita Thu-Van Tran, che in un’installazione composta da una parte documentaria in forma di video, una serie di calchi di tronchi di caucciù e delle superfici macchiate di sostanze indelebili (alcune tele e le pareti stesse dell’allestimento), riflette sull’idea di esportazione di una cultura e fa della metafora della contaminazione il suo medium.

Fortunatamente mentre Macel balla da sola al centro della pista a ritmo di qualche hit anni ’60, regalandosi una serata di pace, qualcuno coglie l’occasione della festa per scambiarsi opinioni, parole incredule, arrabbiate, o talvolta di conforto con i vicini. È il caso di molti artisti che espongono nei Padiglioni Nazionali, Anne Imhof prima tra tutti…Ma per lei andrebbero spese altre diecimila battute.

2017-05-23
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L’opera come set, la voce come materiale: primi tentennii per una ricerca (parte I)

Camminando per lo sfilacciato percorso della mostra curata da Macel, si riescono qua e là a individuare fili con cui intessere trame interessanti. Gli inciampi della curatela di ogni Biennale di Venezia, dovute in massima parte alle difficoltà di gestione di uno spazio così grande, e le aspettative mai soddisfatte di una manifestazione la cui stessa conformazione architettonica a padiglioni nazionali è figlia di un’epoca e di un pensiero ormai passato, sono sempre stemperate dalla presenza di poche perle preziose, che valgono più dei lamenti e dei supplizi da tour de force cui ogni due anni si sottopongono gli amanti dell’arte. I fili di cui parlo non hanno nulla a che fare con gli abusati e perlopiù insignificanti giochi di tappeti, stoffe e pupazzi che tanto piacciono alla curatrice francese. Essi intessono maglie ben più salde, costruiscono intere impalcature: mi è parso infatti che un gran numero di artisti si sia trovato nello stesso momento a operare attraverso modalità e approcci alla ricerca artistica molto vicini tra loro. Una tanto benvenuta quanto inconsapevole coerenza.

Per individuare questa traccia bisogna però allargare il campo di osservazione fino ad abbracciare il Padiglione Centrale, quelli nazionali di Giardini e Arsenale, quelli sparsi nella città, altri tipi di manifestazioni ed esposizioni non ufficialmente riconosciute dalla Biennale e le mostre di grandi istituzioni aperte a Venezia in concomitanza con l’apertura della Biennale. La gamma di artisti inclusi così nel nostro campo di osservazione si amplia per età anagrafica, fortuna critica e grado di istituzionalizzazione (meno per geografia, perché parlerò di artisti occidentali o nati in Africa, ma naturalizzati europei o nordamericani), fintantoché riconoscere alcuni tratti comuni all’interno delle loro pratiche fa ben sperare rispetto a una modalità di ricerca che – a questo punto – parrebbe dunque essere figlia di una reale esigenza rispetto al modo con cui maneggiare il contemporaneo.

Parlo di Wendelien van Oldenborgh e del lavoro pensato per il Padiglione Olanda; di Laura Malacart, che presenta Speak Robert al Padiglione degli Artisti, progetto di Artquest (UK); di Adelita Husni-Bey, una dei tre artisti scelti da Cecilia Alemani per il Padiglione Italia; penso a Studio Venezia nel Padiglione Francia, dietro cui vi è una collaborazione dell’artista Xavier Veilhan con i (qui) curatori Lionel Bovier e Christian Marclay; parlo di una delle mostre più belle e complesse che io abbia mai visto, The Boat is Leaking. The Captain Lied, il geniale intervento corale di Thomas Demand, Alexander Kluge e Anna Viebrock all’interno della sede veneziana di Fondazione Prada; parlo infine di Narrative Vibrations, di Kader Attia, lavoro scelto da Macel per la sezione sul dionisiaco, nella sua Viva Arte Viva.

L’esigenza comune che ho individuato nel modo di procede di questi artisti è quella di salvaguardare l’integrità e l’autonomia delle diverse voci che compongono la realtà intorno alla quale l’opera d’arte indirizza lo sguardo dello spettatore.

Elementi linguistici propri del cinema, del teatro e dell’architettura vengono qui presi in prestito dall’arte, poi scomposti e rimaneggiati in modo da creare dispositivi generatori di scenari narrativi mobili e poliformi. Il risultato sono delle dissertazioni, dei trattati dispiegati nello spazio e nel tempo, dove la linearità della parola scritta, normalmente usata nei campi della ricerca, viene fatta esplodere, sostituita da una tridimensionalità che permette di trasmettere la complessità di una realtà che non può essere integralmente compresa in un unico sguardo. Una realtà che per essere studiata deve prima essere resa materiale, oggetto, deve dunque essere registrata, poi scolpita come legno, plasmata come argilla. Cosciente del fatto che non esiste storia o immagine che si possa dire veritiera, l’artista presenta al pubblico un racconto documentario (Come deve essere considerato questo oggetto finale presentato al pubblico? Dove finisce la ricerca? Dove si colloca esattamente il momento dell’opera? Sono domande che si potrebbero fare a tutti loro) che gioca a vario titolo con la nozione di fiction, di verosimile o di rilevazione oggettiva. La tecnica dell’improvvisazione degli attori chiamati a partecipare al progetto, più o meno rigidamente guidato dall’artista, diventa un accorgimento per modulare in modo elastico il grado di finzione del racconto, dove l’elemento reale si situa nelle piccole incrinature della voce.

In questa Biennale Wendelien van Oldenborgh presenta i suoi ultimi tre video all’interno di un allestimento che entra in dialogo con l’architettura postbellica del padiglione Olandese, innestando così una riflessione sulle utopie sociali moderniste e quelle libertarie degli anni ’60, tema su cui sono incentrati anche i tre video. Con Squat/Anti-Squat (unico lavoro composto da due video diversi) e Cinema Olanda, Van Oldenborgh ricalca la partica che caratterizza il suo lavoro ormai da anni: la cinepresa è un oggetto catalizzatore; le riprese sono al contempo un pretesto affinché persone appartenenti a diverse generazioni e contesti si incontrino e confrontino, nonché il metodo di registrazione dei racconti attivati durante questi incontri.

Laura Malacart riflette sul passato coloniale inglese e, mettendolo in relazione alle dinamiche economiche attuali, mostra come le spinte del mercato globale possano vincere sulle politiche identitarie che dovrebbero dar respiro alle attitudini soggettive di ogni uomo. Ecco che allora la voce e il linguaggio verbale assumono una valenza politica. L’artista punteggia lo spazio espositivo di oggetti – simboli, dati, riferimenti di vario genere alle storie su sui si è concentrata per la sua ricerca – sui quali poter costruire, inscenare e far inscenare al visitatore dello spazio delle vere e proprie lectures multiformi. Il video Speak Robert è un inciso all’interno del suo discorso, dove elementi contraddittori della storia vengono avvicinati fino a rivelare la loro assurdità.

Il video di Adelita Husni-Bey è la registrazione di un laboratorio tenuto con diversi giovani statunitensi, che si trovano a dialogare intorno al tema della sostenibilità del rapporto dell’uomo con la terra, allo stato attuale e in una prospettiva futura. A condurre il confronto sono una serie di tarocchi, disegnati dall’artista stessa, che i ragazzi sono invitati a commentare. Attraverso questo espediente Husni-Bey dà la traccia su cui costruire questa sorta di gioco di ruoli, lasciando però che siano le parole dei giocatori a riempirlo di contenuti.

In The Boat is Leaking. The Captain Lied, Thomas Demand, Alexander Kluge e Anna Viebrock costruiscono un percorso interamente fatto di scenografie e ambientazioni ricostruite – dove il confine tra ciò che è l’originale spazio di Fondazione Prada e ciò che è ricostruito per l’occasione si perde del tutto – e costringono il visitatore a saltare continuamente dalla posizione di osservatore, a quella di personaggio al centro della scena, da commentatore della Storia, a suo attore e fautore; una Storia fatta di tante piccole, più apparentemente insignificanti, storie, continuamente mandate in loop nei di piccoli schermi disseminati nello spazio.

Architettura come set; voce come rivendicazione di presenza, come veicolo attraverso cui avviare processi di posizionamento e soggettivizzazione; props (oggetti di scena) come strumenti per la destrutturazione della storia; opera d’arte come dispositivo di osservazione, studio, sperimentazione e elaborazione di una teoria; improvvisazione come via d’accesso all’imprevisto e all’indecisione. Questi elementi non sono solo costanti di un certo modo di strutturare il lavoro artistico sempre più frequentemente praticato da molti artisti, ma ne suggeriscono anche una comune possibilità di lettura contenutistica, anche quando non espressamente ricercata dall’autore: creare un dispositivo polifonico vuol dire infatti proporre un modello di interpretazione del contemporaneo e dei processi di socializzazione e rapporti di potere che lo conformano.

Per questa ragione anche lo studio di registrazione che Veilhan costruisce all’interno del Padiglione Francese, e nel quale l’artista e i curatori hanno invitato diversi autori a incidere le loro musiche, è un buon esempio da inserire nella mia ricerca. Lo studio è metafora di un mondo a più voci, dove l’atto di registrazione è una facoltà illimitatamente accessibile e in cui ogni nuova traccia si aggiunge allo schedario, senza che nessun’altra venga cancellata. L’idea di registrazione, del rendere oggetto ogni espressione contemporanea porta con sé il suggerimento che ogni vissuto sia sempre rimaneggiabile e apre una possibilità consolatoria rispetto a un passato che può essere redento. D’altra parte, la creazione dello studio è anche l’espressione implicita di un’ansia della perdita di memoria. Infine, con Studio Venezia, Veilhan porta lo spettatore in un luogo solitamente precluso alla sua vista, dietro il sipario, dove la Storia viene costruita (proprio come fanno Kluge, Deller e Viebrock alla Fondazione Prada).

In Narrative Vibrations di Kader Attia ritroviamo molti degli elementi finora descritti. Un corridoio in cui sono esposte pagine di libri, vecchi cimeli e immagini di repertorio fa da introduzione didattica al visitatore e lo conduce alla sala centrale. Qui le voci di diverse dive della musica tradizionale mediorientale e nordafricana vengono tradotte in immagini e nella messa in evidenza della loro diversità, possono essere lette come custodi dell’individualità di ciascuno e come strumento di rivendicazione del sé. I diversi filmati dell’ultima sala sono i ritratti di donne transgender che, nel leggere brani di poesia o di letteratura, danno nuova forma alla loro voce e nuova vita alle parole scritte.

Da una parte questo approccio è figlio del Nuovo Cinema Tedesco (non a caso il regista Alexander Kluge è protagonista di una delle mostre menzionate); delle Histoire(s) du cinéma di Godard; delle prime sperimentazioni con il video, quindi del mixaggio cinematografico che si sostituisce al montaggio e che permette la stratificazione simultanea di immagini differenti. Nel nostro caso, però, alla realtà bidimensionale dell’immagine si sostituisce la realtà del teatro, della scena, o del set cinematografico ancora in vivo; gli oggetti scenici costituiscono la controparte tridimensionale dei ritagli di immagini. Ecco che allora entra in gioco l’architettura, come contenitore all’interno del quale questa realtà sfaccettata di voci differenti prende vita e che spesso – a differenza del chroma key virtuale, che estranea da qualsiasi connotazione temporale o spaziale le immagini che vi si sovrappongono – porta con sé uno spessore storico, culturale e di vissuto attraverso cui all’artista è possibile rimaneggiare il passato per farne materiale di lettura del presente.

Tra gli artisti assenti a questa Biennale, ma che potrebbero comunque rientrare in questa visione, potrei citare Jeremy Deller, o Neïl Beloufa, o l’italiana Rä di Martino. La mia è una ricerca in divenire, ancora instabile, che credo sia interessante portare avanti a cielo aperto, in collaborazione con voi, anche a rischio di dover tornare indietro sulle iniziali visioni e affermazioni. Lancio infatti una proposta a chi mi legge, quella di contribuire a questa mia prima mappatura – a partire dagli artisti presenti in Biennale – per verificare se i presupposti iniziali della ricerca possano consolidarsi in una visione più solida, di cui valga poi la pena approfondire i legami con la realtà storica attuale.  

2017-05-21
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▽△▽Pubblicazioni ▽△▽

La Biennale di Venezia, riserva sempre delle ottime pubblicazioni.

Qui un beve elenco delle varie pubblicazioni che risaltano per la cura e la qualità editoriale.


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Tracey Moffatt, My Horizon, Padiglione Australiano.

Attraverso fotografia e video Moffatt crea narrazioni e montaggi molto stilizzati, spaziando su vari temi, come le complessità delle relazioni interpersonali, la singolarità della cultura popolare,

i profondi ricordi e le fantasie dell’infanzia dell’autrice. 


Tracey Moffatt- My Horizon (Inglese) Cartonato, 160 pagine

Editore: Thames & Hudson; 01 edizione (29 giugno 2017),






Jesse Jones, Tremble Tremble, Padiglione Irlandese

Il lavoro di Jesse Jones, Tremble Tremble,  come titolo è ispirato ai movimenti degli anni 70 per il riconoscimento del lavoro casalingo, durante i quali le donne intonavano: "Tremate, tremate, le streghe Sono tornate!".

Il nuovo lavoro di Jesse Jones emerge da un crescente movimento sociale in Irlanda, che richiede una trasformazione del rapporto storico tra la Chiesa e lo Stato. In questo momento di trasformazione, Jones propone il ritorno della strega come un archetipo femminista e distruttore che ha il potenziale di trasformare la realtà.

Tremate Tremate immagina un ordinamento giuridico diverso, in cui le moltitudini vengono assemblate in un corpo gigantesco simbolico, per proclamare una nuova legge, quella di In Utera Gigantae.

Il catalogo/saggio presenta i testi di Silvia Federici, Tina Kinsella, Lisa Godson, e Tessa Giblin.


Jesse Jones, Tremble Tremble, Brossurato, 256 pagine

Editore: Mousse Publishing e Project Arts Centre




2017-05-18
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Esiste una formula della felicità?

Uno degli spazi del Padiglione della Corea – quest’anno a cura di LEE Daehyung – accoglie al suo interno Proper Time, ad opera di Lee Wan.


All’ingresso, sopra la porticina che immette nella sala, una formula matematica scritta a mano traccia le coordinate preliminari del progetto portato avanti dall’artista, che ha visto coinvolte, attraverso un’open call, 1200 persone da ogni parte del mondo.

Una volta entrati nella stanzina ci si trova di fronte a 668 orologi appesi alle pareti. Un colpo d’occhio allucinante. Ogni orologio contiene: nome, anno di nascita, occupazione e paese di origine dei partecipanti. Quello che colpisce maggiormente l’attenzione di tutti è il fatto che le velocità delle lancette con cui si muovono i meccanismi sono differenti l’una dall’altra. Questo perché, proprio in virtù della formula matematica all’ingresso, l’artista ha calcolato che la rapidità di ogni asticella si basasse su quante energie e quanto tempo una persona dovesse spendere per guadagnarsi un pasto. In sostanza quindi, gli orologi più lenti implicano che l’intervistato sia riuscito a procurarsi da mangiare spendendo poco tempo e poche energie, quelli più veloci, l’esatto opposto. A coronamento del lavoro Wan ha voluto porre una domanda ai suoi interlocutori: “Qual è il pasto che ricordi meglio – sia positivamente che negativamente?”, dal soffitto degli speaker riportano le risposte delle persone coinvolte.


Lee Wan, con la sua pratica artistica, criticando la necessità di uniformarsi insita nella società moderna, esprime un forte dissenso nei confronti di un’epoca - come quella in cui viviamo - nella quale le persone sono offuscate dalle convenzioni e dall’omologazione.


La stessa sfiducia nella contemporaneità risulta tangibile nella seconda opera che l’artista presenta, Though the Dreams Revolve with the Moon, al centro della sala. La scultura riprende lo stesso schema compositivo di For Better Tomorrow (2015) – un olio su tela installato su una struttura di legno. Recuperando le immagini di propaganda politica che circolavano durante la dittatura (che la Corea ha subito tra il 1961 e il 1979), Wan in For Better Tomorrow mostra il ritratto di una famiglia felice, una madre e un padre sorridenti stringono il figlioletto, il braccio di lei sollevato a indicare un punto lontano, indistinto. Per questa Biennale, l’artista si è a lungo interrogato su quanto la promessa di una felicità, da guadagnarsi attraverso il sacrificio e il lavoro, così sentita tra gli anni Sessanta e Settanta del secolo scorso potesse effettivamente dirsi attuata nell’oggi. Riscontrare che poco o nulla sia cambiato da allora, oltre a lasciare dell’amaro in bocca, ha portato Wan alla decisione di togliere il volto alle tre figure di Though the Dreams Revolve with the Moon.


Forse dovremmo riflettere…


Lee Wan propone un nuovo approccio al ruolo sociale che l’arte gioca nel mondo contemporaneo e invita, con le sue opere, a sensibilizzare il nostro sguardo sui problemi strutturali del sistema democratico liberale in Asia, auspicando un’analisi più profonda degli aspetti politici ed economico-sociali che riguardano non solo l’Oriente ma che coinvolgono tutto il mondo.


La domanda resta comunque aperta: siamo sicuri che esaurendoci dietro alla frenesia del nostro presente riusciremo un giorno a toccare il cielo con un dito?


Cosa ci dobbiamo aspettare? A noi l’ardua sentenza.

2017-05-17
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Padiglioni nazionali - Progetti e poesia, grandi assenti

Premetto che ho avuto solo 2 giorni per visitare Giardini ed Arsenale, mi sono mancati tutti i padiglioni esterni dislocati per Venezia, ma vedendo questi (che non sono pochi) mi sono stupita dell'assenza di progetti e di prese di posizioni rispetto alla politica nei lavori degli artisti invitati. In particolare nei padiglioni nazionali, dove dovrebbe essere più semplice far emergere il progetto del singolo artista, ho notato lavori che rimandano più al tono di una mostra da galleria, piuttosto che ad una biennale d'arte.

E' vero che negli ultimi anni si è sempre piu' assottigliato il confine tra Biennale e fiera d'arte, basti pensare ai profili professionali di viene chiamato a dirigere le fiere o dirigere musei, non tanto e solo in Italia. Ma la Biennale di Venezia voleva nella direzione Macel ritornare ad essere più "museale", istituzionale, cosa che a mio avviso non è riuscita soprattutto perchè è mancata una visione semplice e chiara, la Macel ha cercato di abbracciare troppi temi.

Ma qui vorrei sottolineare soprattutto la scelta di molti padiglioni nazionali di proporre "pezzi" più che progetti, e dove i progetti emergevano (padiglione Russia, Svizzera, Grecia, Irlanda, Spagna, Italia) è mancato un equilibrio tra mettere troppo o troppo poco. La Germania è stata premiata anche per questo, nella capacità di saper togliere, di saper dare una visione univoca, proprio sull'assenza di certezze.

Ci sono dei padiglioni più incisivi di altri: il padiglione Israele sopra a tutti, Austria per la semplicità e leggerezza del noto lavoro di Wurm, interessante la scenografia coreografica del padiglione Irlanda, con la luce che mostrava la via narrativa allo spettatore, il video finale del padglione Grecia, con una cinica Charlotte Rampling, il linguaggio paradossale e poetico del paglione spagnolo, la freschezza del padiglione Corea.

Ma in generale, si esce con la sensazione che ci sia una relazione inversamente proporzionale tra l'estetismo di questa Biennale e la crescente ondata di instabilità politica degli ultimi due anni. Basti solo pensare a qualche avvenimento: elezione di Trump, attentato all'aeroporto Istanbul, tentativo di colpo di stato e repressione degli intellettuali in Turchia, Brexit nel Regno Unito, i vari attentati terroristici a Nizza e Parigi, solo per citare qualcuno degli episodi di polica internazionale. E non abbiamo citato il dramma della diaspora quotidiana di profughi dalla Siria e dall'Africa, e la lenta sparizione della popolazione siriana. Ma nonostante la preoccupazione salga per gli equilibri di pace mondiali, quasi niente si è riflettuto nel lavoro degli artisti e in quello dei curatori che hanno lavorato in questa ultima edizione. Troppo presto per averne un'idea chiara, prematuro? Può essere. O può anche essere che i prescelti (artisti e commissari curatoriali) siano il riflesso di una condizione in cui si trova il mondo dell'arte. Diciamo che paradossalmente il premio al padiglione tedesco sottolinea la reale crisi ideologica della cultura visiva e rappresenta uno stato di reazionaria inerzia in cui si trova la cultura occidentale. 

Per fortuna, i padiglioni nazionali hanno evitato visioni didascaliche o interpretazioni forzate (anche se non del tutto), ma è mancata in generale la poesia di chi affronta il reale con profondità e incisività, e non parliamo di allestimenti, ma di progettualità. Chiudiamo citando Borges, che considerava l'unica vera scrittura quella che si allontanava dal reale, ma parlando delle tensioni che lo pervadevano, la ricerca del realismo magico che si trova in Dante, Cervantes, o Calvino, quello che prende una posizione politica anche se non parla di attualità. "Tutto è sogno, anche l'incubo del reale, come diceva Joyce, sto cercando di svegliarmi da un incubo che si chiama Storia."

2017-05-17
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Comprendo benissimo il vostro punto di vista e mi trovo in accordo su molti aspetti. Mi sembrava doveroso però mettere in evidenza questo unico tentativo (anche se fallimentare) di questa Biennale nel coinvolgere e aprire il pubblico a determinati progetti artistici.

2017-05-17
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Sono decisamente d'accordo con Bianca Frasso! mi dispiace per un artista che stimo moltissimo ma mi sono vergognata e penso che dovremo riflettere su questo lavoro e tenerlo sempre presente quando parliamo di arte sociale come esempio negativo!

2017-05-16
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Trovo che questo lavoro di Eliasson sia - come tanti altri progetti presentati da Macel all'interno del Padiglione Centrale - un pessimo esempio di arte che ha a che fare con il sociale. La prospettiva temporale su cui va ad agire è incredibilmente limitata, il workshop presto finirà, e i richiedenti asilo coinvolti direttamente nella produzione delle lampade torneranno alla loro vita di sempre, portando via con sé solamente il ricordo di giorni di esposizione allo sguardo impietosito dei passanti, che li sommergono di domande (da dove vieni? come ti chiami? dove vuoi andare? come si dice la tal parola nella tua lingua?) e le cui risposte il più delle volte si dimenticano di lì a pochi secondi. Queste persone, per lo più ragazzi, si trovano a lavorare insieme a un gruppo eterogeneo di persone, che si dovrebbero rapportare l'un l'altra alla pari. Eppure inevitabilmente il migrante assume in questa situazione una visibilità maggiore, il protagonismo di cui è soggetto è però un protagonismo storto, sbagliato: i richiedenti asilo vestono i panni dei personaggi da commiserare. L'integrazione non c'è; i corsi di italiano che animano la programmazione del padiglione non sono che la ciliegina su una torta che sa tanto di ipocrisia. A questi ragazzi non viene dato alcun tipo di compenso, i ricavati della vendita delle lampade realizzate (vendute al prezzo di 250 euro l'una) andrà alle ONG Emergency e Georg Danzer Haus, ma dubito che l'esperienza possa in qualche modo avere presa in modo significativo né nella quotidianità di chi vi ha preso parte, né nello sguardo e nella mente di chi ne è stato osservatore: manca del tutto una sintesi formale, linguistica o processuale che credo ancora sia la chiave che permette alla materia del reale di trasformarsi in opera d'arte e di salvarsi al consumo e alla distrazione cui tutto è soggetto.

2017-05-16
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Green Light Workshop

Uno dei pochi progetti pensati ad uno scopo di partecipazione e di impegno sociale all'interno di questa Biennale è sicuramente Green Light Workshop di Olafur Eliasson. Si presenta come un vero e proprio spazio laboratoriale in cui sono stati invitati a  partecipare assieme al team dell'artista, composto da architetti, archivisti, storici dell'arte, web designer, registi, cuochi ed amministratori; un gruppo di rifugiati e richiedenti asilo giunti in Italia recentemente. 

La stanza dedicata al progetto ci appare molto attraente, i colori e le forme non sembrano mostrare un progetto di arte partecipata, l'occhio ha la sua parte. Delle stampanti 3d lavorano in un angolo della stanza, alcuni ragazzi segano e colorano piccole assi di legno  e in un altro angolo delle ragazze tengono un piccolo shop, il tutto accompagnato dalle più famose canzoni reggae di Bob  Marley. Un atmosfera conviviale nella quale lo spettatore è invitato ad avvicinarsi e incuriosirsi.

Gli oggetti costruiti all'interno del laboratorio sono delle lampade dotate di una luce a LED verde, un oggetto di design che si compone a moduli, basata sul cubo e il triangolo isoscele. Realizzata principalmente con materiali di riciclaggio, le unità possono essere utilizzate come oggetti a sè stanti oppure essere assemblate secondo una vasta gamma di configurazioni. 

La lampada in questo caso assume però un valore simbolico: un benvenuto nei confronti dei rifugiati e una motivo di riflessione per noi attorno ai temi dell'immigrazione, della cittadinanza, dell'appartenenza e della memoria.  Lo spazio espositivo, che coincide con lo spazio del workshop, diventa testimone della natura collettiva della produzione, narrando una storia di collaborazione e dialogo. Un progetto che vuole esplorare nuovi modelli di comunità stimolando uno scambio di conoscenza tra fruitore e opera d'arte.




2017-05-16
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Si è una performance che puoi vedere su Instagram tramite questo link https://instagram.com/p/BUAXeakBuId/ o tramite #swissparty isola della giudecca ... poi dimmi cosa ne pensi

2017-05-16
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Forse devo aver perso una parte del padiglione Svizzero curato da Philipp Kaiser, «Women of Venice» artisti Carol Bove e Teresa Hubbard / Alexander Birchler. Un progetto che intende interrogarsi sui motivi che indussero Alberto Giacometti durante tutta la sua carriera a non esporre le proprie opere al Padiglione della Svizzera. Il film "Flora" che ricostruisce con scene fittizie e documentaristiche la figura di Flora Maya, giovane scultrice amante per un breve periodo di Giacometti , l'ho trovato bellissimo. Ma non capisco "la festa sul posto"?

2017-05-16
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Biennale 2017 : Stanze Buie, Critiche Omologate..

#Biennale2017 #BiennaleArte2017 #VivaArteViva #LaBiennale #venice

Biennale 2017 : Stanze Buie, Critiche Omologate..

2017-05-15 | Giuseppe Portulano

Il punto di forza di questa biennale sembra  il Padiglione Svizzero che riprende il tema della "festa sul posto" , una performance con buona musica , bel movimento, nessuna rissa, una bella trovata, anche per chi non vuole ballare ma guardare solamente dalla tribuna.

Tra i punti a sfavore ne posso dire parecchi ma rimangono sempre mie opinioni, da pittore, perciò per non essere in conflitto d'interessi, vi farò alcune domande:

1) Vi è mai sembrato che le opere proposte facciano parte di un film già visto che si ripete all'infinito?

2) E' normale che tutte le riviste scrivano sul web, tutte la stessima cosa, senza mai permettersi di criticare costruttivamente un padiglione, un artista, un'opera? Possono mai essere i critici e gli appassionati di arte tutti contenti delle opere?

3) Venezia ha bisogno di installazioni, dopo il Mose e le Crociere odiate dagli abitanti?

4)E' mai possibile che ci siano solo stanzoni enormi e scuri in cui siano riprodotte serre e video sugli schermi?

5)E' mai possibile che alla Biennale2017 non ci sia un dipinto e una tecnica visiva nuova all'infuori delle megalomani installazioni, accessibili a pochi, poco trasportabili, difficili da esibire?

6) Il quadro nacque per trasportare un opera visiva, per esibirla e poterla conservare meglio; sarà giunta la fine del dipinto su tela?

Ai posteri l'ardua risposta...

http://www.labiennale.org/it/arte/

www.giuseppeportulano.com

Instagram : giuseppeportulano 

Giuseppe Portulano

2017-05-15
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Viva Arte Viva?

Sono tornata da questa Biennale Viva Arte Viva e mi sento più morta che viva. Come mai? certo si cammina troppo, con il biglietto del vaporetto in tasca, come sempre troppo pieno e lento per il ritmo troppo veloce della Biennale che non coincide mai con quello della città. Ma il mortifero ritorno non dipende certo dalla caviglia gonfia e dalle spalle rotte per i pesi più o meno inutili trascinati nelle fashion bags dei vari padiglioni.

Viva Arte Viva è una biennale piatta, senza guizzi e sorprese, nessuna apertura extradisciplinare, ordinata per temi, didascalica e direi anche un po’ reazionaria. Perchè quando si cerca di ordinare troppo la complessità della realtà non si può che risultare reazionari.

Reazionario : Dichiaratamente favorevole al ripristino di un assetto sociale e politico storicamente superato: un vecchio r.; idee r.; estens., decisamente ostile a qualsiasi spinta o tendenza innovatrice e progressista sul piano politico-sociale.

Catalogare l’arte è sempre stato molto difficile, il dizionario dell’ICCD (l’istituto centrale per il catalogo e la documentazione) dimostra che i criteri della catalogazione andrebbero continuamente aggiornati per le continue eccezioni in cui incorrono anche i più esperti storici dell’arte addetti al riempimento delle schede. Mi chiedo come è possibile ancora pensare di ordinare in maniera scolastica l’arte contemporanea per padiglioni tematici? con didascalie banali e riduttive e un catalogo che non aggiunge niente, “inutilissimo” pur essendo carissimo e pesantissimo ?

Sembra che con Christine Macel, ovvero in virtù del suo ruolo di storica e direttrice di museo, la Biennale di Venezia scelga di afferma il suo ruolo istituzionale! Non capisco il senso di questa affermazione  e a contraddirla basterebbe pensare a quello che Cristiana Collu è stata capace di fare alla Galleria Nazionale di Roma. Non penso centri il ruolo, semplicemente la mediazione curatoriale non riesce assolutamente a rispondere al proprio incipit: “nel quadro dei dibattiti contemporanei il ruolo, la voce e la responsabilità dell'artista sono più cruciali che mai,”. E’ vero semmai il contrario le potenzialità espressive ed eversive implicite alla produzione e all’azione artistica della maggior parte degli artisti invitati viene riassorbita e anestetizzate all’interno dei padiglioni. L’artista che dorme, la bellissima immagine del grande Franz West su uno dei suoi divani, è piuttosto che l’emblema del padiglione dell’Otium quello dell’arte anestetizzata da questa ennesima brutta Biennale. Se al padiglione centrale si sonnecchia, all’arsenale sembrano cancellati gli ultimi 30 anni e ci sembra di essere tornati a Magiciens de la Terre, non certo per la sua forza innovativa, quanto per un riproporre l’alterità come esotismo e l’artista sciamano come mago della terra (Terra, Tradizioni, Sciamani, Colori, forse i peggiori padiglioni). 

2017-05-13
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Sogni intorno all'ambiente

All'interno del padiglione della Terra prendono forma delle utopie dalle risonanze ambientali e comunitarie. Opere eterogenee che amplificano i loro orizzonti e creano riflessioni attorno al mondo animale e vegetale. Performance, video, e progetti di arte partecipativa creano narrazioni e questioni sulla relazione tra ambiente e strategie del mondo capitalista.


2017-05-13
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Speak Robert, Laura Malacart

E dopo la visita guidata di ieri ai fonteghi veneziani, oggi ci si immerge ancora in storie di mercanti che viaggiano per mare. Si parla della East Indian Company, di industrial espionage e di come il mercato sia in grado di espropriare, rifagocitare e piegare a suo vantaggio la storia, i suoi simboli, annullando le identità che ne sono figlie. Laura Malacart racconta ai ragazzi dell'Accademia di Belle Arti di Brera il suo ultimo lavoro, Speak Robert, all'interno del programma di Biennale Session.